Archivio per Settembre 2007

Tsunami elettronico

Settembre 29, 2007

Circa un mese fa il Presidente del Consiglio, dai microfoni dei tg, incitava i ragazzi calabresi a reagire allo strapotere della n’drangheta all’indomani dei tragici fatti di Duisburg.
Io rispondevo al Presidente con una lettera aperta pubblicata sul blog di Grillo, in cui facevo notare, tra le altre cose, che i giovani calabresi ancora prima di reagire alla n’drangheta reagiscono all’ipocrisia che circonda le istituzioni quando si parla di questo tema.
Ricordavo al Presidente, infatti, che ci sono altri giovani in Calabria, come il Pubblico Ministero Luigi De Magistris, in forza a Catanzaro, che reagisce da tempo alla n’drangheta indagando sulle commistioni tra mafia e politica. Le sue inchieste “Poiseidone” e “Why Not” hanno svelato scenari inquietanti, parlano di un sistema di potere occulto quanto trasversale di cui fanno parte politici, imprenditori e magistrati sia in Calabria che in Basilicata. Tra le persone intercettate da De Magistris, leggiamo sui giornali, c’è anche il Ministro Mastella ed altri parlamentari calabresi, mentre nei tabulati telefonici appare un numero che sembra essere stato in dotazione a Romano Prodi.
Alla mia lettera-appello Prodi ovviamente non ha risposto, ha risposto invece coi fatti il Ministro della Giustizia Clemente Mastella, che dopo aver inviato gli ispettori a Catanzaro ha proposto il trasferimento del magistrato. Forse De Magistris ha reagito troppo?
Dopo aver denunciato al CSM alcuni tentativi, da parte dei “poteri forti”, di sottrargli le indagini mirando a dimostrare una sua incompatibilità, De Magistris adesso si scopre destinatario di un’azione disciplinare da parte del Guardasigilli.
Questa volta la lettera non sono io a scriverla ma i Meetup di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Reggio Calabria che contano quasi 1000 iscritti e che si sono riuniti d’urgenza a Catanzaro il 23 settembre scorso per reagire all’ennesimo atto di arroganza della casta.
Questa volta i destinatari della lettera non sono più i rappresentanti delle istituzioni, dall’azione dei quali ci sentiamo profondamente raggirati, ma il sempre più numeroso popolo del V-Day.
Qualcuno sta tentando di sottrarci, per l’ennesima volta, il diritto alla giustizia. Ma noi faremo tutto quanto è lecito per impedirlo. Vogliamo sapere da che parte stare, chi sono i buoni e chi sono i cattivi, perché non riusciamo più a distinguerli.
Abbiamo deciso, pertanto, di invitare il popolo del V-Day a provocare uno “tsunami elettronico” inondando le caselle e-mail del Ministero della Giustizia, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Presidente della Repubblica (vanno bene anche i tradizionali telegrammi e i fax) con messaggi che esprimano tutto il nostro sdegno e la nostra indignazione verso quei rappresentanti istituzionali che continuano a tradire la nostra buona fede, smentendo puntualmente coi fatti ciò che affermano a parole, e per chiedere che De Magistris resti a Catanzaro per continuare a reagire, insieme con noi e ci auguriamo con lo Stato, alla n’drangheta.

P.S. Il sito del Ministero della Giustizia www.giustizia.it non prevede una mail dedicata alla comunicazione con il cittadino ma solo una per la stampa, il che la dice lunga riguardo la lontananza della politica dai cittadini e la “vicinanza” con il mondo dell’informazione.

Incapaci di raccontare

Settembre 15, 2007

Dal 9 settembre ad oggi ho letto i principali quotidiani ed i commenti sul V-day e sono arrivato ad una semplice conclusione: non hanno capito un bel niente e non si sono neanche sforzati di farlo.

Hanno usato parole come “qualunquismo”, “populismo”, “antipolitica” per descrivere una giornata di democrazia, di libertà, di vera politica, quella con la P maiuscola.
L’ultimo commento in ordine di tempo, e forse il più sprezzante, è stato quello di Eugenio Scalfari sulle colonne di Repubblica.
Leggendo il suo editoriale ho capito qual è la differenza che passa tra vivere un evento (organizzarlo) e limitarsi a descriverlo stando seduti sulla propria poltrona. Noi che l’abbiamo organizzato e vissuto non ci riconosciamo assolutamente nello scritto di Scalfari e respingiamo il qualunquismo, quello si, che ne emerge.

Ironia della sorte, proprio le parole di Grossmann citate a sproposito da Scalfari, smentiscono le sue affermazioni: “Ci rendiamo conto che gran parte di essi (i mass media) trasformano i loro utenti in massa?” E’ proprio quello che hanno tentato di fare fino ad oggi questi editorialisti, hanno voluto trasformarci in massa, hanno voluto rappresentarci come una massa indistinta di pecore che seguono un pastore esaltato (che a quanto pare sarebbe Grillo).
L’hanno fatto non in malafede ma semplicemente perché non riescono più a leggere la realtà. Perché sono prigionieri delle ideologie.

Leggendo l’editoriale di Scalfari mi è sembrato di leggere un articolo degli anni ‘80 e forse è proprio lì che questo Paese si è fermato, ed esattamente al 1989.
In quell’anno è crollato un muro e con esso le ideologie che lo tenevano in piedi ma in Italia sembra non essersene accorto nessuno, a parte te.

Le ideologie hanno immobilizzato, nel recente passato, la vita economica, sociale e culturale dell’intero pianeta. Abbracciare un’ideologia significa affidarsi ai pregiudizi. Il pregiudizio è utile perché rafforza le convinzioni di chi ne fa uso, rendendole inconfutabili e inattaccabili e consentendo di risparmiare tempo, ma costringe il pensiero all’interno di un sistema di idee rigidamente strutturato. Un’ideologia è una rappresentazione del mondo impermeabile al confronto. Un’avarizia del pensiero. E’ quest’atteggiamento che conduce alla dittatura, caro Scalfari, e non quello di Grillo.

Come si fa ad affermare nel 2007 che: “la modernità porta con sé questo virus micidiale: la riduzione dell’individuo a massa, materiale malleabile e plasmabile, materia per mani forti e dure. La massa riporta gli adulti all’infanzia e alla sua plasmabilità. Alla sua manipolazione. Questo – in mezzo a molte virtù innovative – è il delitto della modernità, il virus dal quale bisogna guardarsi e contro il quale bisogna mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo.” Questo ragionamento poteva essere valido negli anni ‘80 non nel Terzo Millennio. Oggi il potere appartiene ai singoli non alle masse. Si tende alla personalizzazione non alla massificazione.
Non viviamo più, infatti, nella modernità ma in quella che la sociologia contemporanea definisce post-modernità, caratterizzata da tre grandi trasformazioni in continuo divenire che riguardano la tecnologia, le istituzioni e i valori.

La tecnologia ci ha reso più liberi, ci ha consentito di connetterci con altre persone più facilmente ma soprattutto di avere accesso alle informazioni, quelle vere. E questo mette in difficoltà le “autorità” tradizionali. Gli studenti sfidano i professori, i cittadini sfidano le istituzioni, i figli sfidano i genitori, i consumatori sfidano le aziende. La conoscenza rende liberi e soprattutto consapevoli delle proprie possibilità.

I nuovi media demoliscono confini di ogni tipo e poiché l’autorità, tradizionalmente, è sempre stata esercitata all’interno di confini geograficamente e ideologicamente stabiliti, si può comprendere, come le nuove tecnologie operino nella direzione di stabilire nuovi equilibri di potere, ridefinendo quelli esistenti. In particolare, i nuovi media sottraggono potere alle autorità centrali per distribuirlo a quelle periferiche, più piccole e più numerose. Da qui la nascita di nuove forme di aggregazione, come la nostra, non più basate su confini geografici o sui valori tradizionali ma sulla conoscenza.

Secondo un certo tipo di sociologia, stiamo vivendo una trasformazione epocale, altrettanto profonda di quella che portò dal Medio Evo al Rinascimento. Ma in pochi se ne sono accorti.
Il progresso doveva renderci più liberi e così è avvenuto, ma questa libertà adesso fa paura. Siamo condannati alla libertà di scelta e questo significa maggiore responsabilità ma anche capacità di gestione dell’imprevedibile. Il destino è nelle nostre mani e dipende solo da noi.
Non abbiate paura cari editorialisti non è più tempo di rivoluzioni violente e sterili, questo è il tempo delle rivoluzioni silenziose e costruttive, delle rivoluzioni positive. Abbiamo le idee, abbiamo i talenti, abbiamo le risorse umane, economiche e professionali per farlo.
La più grande rivoluzione degli ultimi 30 anni è stata Internet. Ed è stata una rivoluzione lenta, silenziosa ed allo stesso tempo dirompente ma soprattutto non annunciata. Internet ha stravolto il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare senza che ce ne accorgessimo.
Negli anni ‘80 quando si parlava del 2000 si pensava che sarebbe stato un futuro fatto di astronavi, extraterrestri e fantascienza. Nulla di ciò che era stato pronosticato si è avverato. Il futuro ha disatteso le aspettative e mentre noi avevamo lo sguardo rivolto verso il futuro il presente cambiava senza che ce ne accorgessimo.

Grillo ha il merito di aver compreso i cambiamenti prima degli altri. I politici e i giornalisti chiusi nelle loro stanze impermeabili al mondo ci guardano, invece, come se fossimo degli extraterrestri. E con una punta di disprezzo. Loro sono i professionisti, gli esperti, cosa ne possiamo capire noi?

Ma non hanno ancora compreso che nell’era post-moderna non esistono gli esperti perché quello che si sa oggi domani potrebbe non essere più valido, e l’errore di valutazione di Scalfari ce lo dimostra chiaramente. Esistono invece gli appassionati, peccato però che non ricoprano sovente ruoli strategici.
Grillo ha proprio ragione, c’è bisogno di organizzare un V-day sul tema dell’informazione, malata forse più della politica, incapace di leggere in anticipo i cambiamenti ma soprattutto di raccontarli.

Lettera aperta dell’imprenditore Pino Masciari

Settembre 12, 2007

Lettera aperta dell’Imprenditore Pino Masciari

Sono un imprenditore edile calabrese sottoposto a programma speciale di protezione da parte del Ministero dell’Interno dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie e i miei due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata la “ ’ndrangheta ” e le sue collusioni nella sfera Politica-Istituzionale. Da tali denunce sono scaturiti diversi processi e numerose condanne tra le quali anche contro qualche Magistrato . Tale scelta ha sconvolto l’esistenza di un’intera famiglia, perché siamo dovuti fuggire dalla nostra terra per salvarci la vita. Ciò mi ha portato all’esilio, alla perdita delle mie imprese di costruzioni edili e mia moglie ha dovuto rinunciare alla sua professione di medico odontoiatra.

Ebbene, dopo le intimidazioni e le minacce al Presidente dell’ANCE di Catania, Andrea Vecchio, e al Presidente della Camera di Commercio di Caltanisetta, Marco Venturi, l’Associazione degli Industriali Siciliani ha stabilito una norma che sarà inserita anche da Confindustria a livello nazionale : “ gli imprenditori che non si ribellano al racket delle estorsioni pagando il pizzo e in qualunque forma collaboreranno con la mafia saranno espulsi da Confindustria”.

Solidarietà è stata espressa dal nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal mondo Politico- Istituzionale.

E’ giusto! Via gli imprenditori che pagano il pizzo, via chi paga le tangenti e via anche i politici che prendono le tangenti, via ogni forma di illegalità!

Io da imprenditore mi sono ribellato denunciando all’ Autorità Giudiziaria il sistema che mi rendeva vittima, in un periodo, più di dieci anni fa, quando di ‘ndrangheta non se ne parlava o se ne parlava poco.

Sono stato ossequioso delle leggi dello Stato e mi sono affidato ad Esso e mi chiedo perché in questi lunghi anni non ho avuto sostegno e sono stato dimenticato? Io rientro nella categoria dei testimoni di giustizia, ho visto passare davanti a me diverse legislature e solo da pochi mesi ho riscontrato una certa sensibilità da parte delle Istituzioni.

Per cui chiedo al Presidente della Repubblica, Al Primo Ministro e al suo Governo, alle Associazioni di categoria, alla Società Civile, se è giusto per un imprenditore, che ha inteso fare solo il proprio dovere mettendo a rischio la vita dell’intera famiglia, ritornare ad appropriarsi della sua dignità di Cittadino Italiano e dell’esercizio della sua attività imprenditoriale; se è giusto che il rischio di vita cui è esposto diventi motivo di effettiva protezione da parte dello Stato e non limitazione alla propria libertà.

Io ho fatto la mia parte, lo Stato faccia la sua per dare risposte positive ad un padre di famiglia, imprenditore e cittadino onesto.

Lì 10 settembre 2007

www.pinomasciari.it

Perchè di là dal ponte?

Settembre 3, 2007

Dicono che costruiranno un ponte. Lo dicono da molti anni, hanno anche presentato un progetto molto dettagliato in merito. Dicono che sarà un’opera unica nel suo genere che collegherà due terre separate naturalmente. Dicono che potrebbe creare circa 7000 nuovi posti di lavoro, dicono che potrà dare un contributo decisivo allo sviluppo economico di Calabria e Sicilia e del Meridione in generale. Dicono che resisterà a qualsiasi evento climatico, alla criminalità organizzata e persino allo scetticismo. Dicono.

A pensarci bene hanno ragione, c’è proprio bisogno di costruire un ponte in questo lembo di terra. Ma non un ponte qualsiasi, c’è bisogno di costruirne uno speciale. Così speciale che non ci dovrà essere bisogno di cemento armato o di chissà quali innovativi materiali per costruirlo. Non sarà necessario deturpare uno dei paesaggi più belli d’Europa.

Un ponte in grado di creare molti più posti di lavoro di quelli sperati, di generare uno sviluppo economico mai visto prima, in grado di resistere al tempo, alla criminalità organizzata ed allo scetticismo e di preservare un territorio che ha, nella sua bellezza, la sua principale ricchezza.

Probabilmente ne servirà più di uno. Perché non dovrà servire a collegare semplicemente due terre ma dovrà unire ogni singolo abitante di ogni singola regione del Meridione e forse anche d’Italia.

E’ un progetto molto difficile da portare a termine, un’impresa ciclopica, forse l’impresa del Millennio. Perché nessuno finora c’è riuscito.

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni, sono crollati tutti i punti di riferimento che avevamo, sembriamo poveri di idee, di motivazioni e di fiducia verso il futuro, sembriamo aver smarrito i valori, le ragioni, gli obiettivi, gli scopi.

Questo blog è un contributo che arriva in un momento difficile, in cui non si possiede più la capacità di scegliere e forse neanche la voglia, perché quando si finisce per credere a tutto poi non si crede più a niente.
E’ un atto di responsabilità e di follia, è un gesto d’amore e d’odio, di gelosia ma anche di distacco, è un onere ed un onore, è un tentativo di indicare una strada da seguire ma anche da abbandonare quando appare necessario.

L’Italia può farcela solo se il suo Sud riaccende i motori.
Questo Sud che non sembra più capace di sognare, sembra essersi spento definitivamente. Eppure basta guardarsi intorno, leggere, informarsi per scoprire che molte idee viaggiano per il mondo in attesa di trovare applicazione e che si sposerebbero perfettamente con lo stile di vita delle popolazioni mediterranee.

Il Sud può indicare la nuova direzione da seguire perché il Nord, che fino ad oggi ha retto le redini del gioco, ne ha perso il controllo trascinando con sé chi, per troppo tempo, è rimasto a guardare. Ognuno è artefice del proprio destino, pertanto tocca ai singoli individui fare la propria parte, invece che sottrarsi alle proprie responsabilità come è avvenuto fino ad oggi. Se la storia non la facciamo noi la farà qualcun’altro e non sarà particolarmente attento e sensibile ai nostri bisogni ed alle nostre aspettative.

Il Sud deve indicare la nuova direzione perchè è in debito, lo deve al resto del Paese. Decenni di assistenzialismo non hanno prodotto altro che assistenzialismo. Le popolazioni del Sud sono state allevate come gli animali in cattività. Non sono più in grado di procurarsi il cibo da soli. Se lo facessero rischierebbero di soccombere. Ai proprietari dello zoo interessa continuare a fare affari e il prerequisito perchè ciò avvenga è quello di continuare a tenere gli animali in cattività. Se li liberassero, lo zoo chiuderebbe, il business finirebbe, la carriera sarebbe compromessa per sempre.

Eppure gli animali così come le persone sono nati per essere liberi, per autodeterminarsi.

Il Sud può proporre un nuovo modello di vita non in contrapposizione con quello delle regioni più industrializzate ma in grado di porsi in un rapporto dialettico e di confronto volto ad ottenere migliori risultati per tutti e non solo per una parte del Paese come è avvenuto fino ad oggi.

Ecco perché c’è bisogno di costruire un ponte, un ponte metaforico che abbia un duplice obiettivo. Da un lato dovrà servire ad unire le genti, perché è nell’unione di intenti e di cervelli che si genera la forza necessaria per raggiungere obiettivi comuni; dall’altro servirà per essere attraversato, per andare oltre, per raggiungere altre mete e altri traguardi. Ci si dovrà servire di questo ponte per raggiungere nel più breve tempo possibile l’altra sponda, quella che consente di approdare ad una nuova realtà, ad una nuova mentalità, di lasciarsi una volta per tutte il passato alle spalle e vivere finalmente il presente da attori protagonisti e non da spettatori passivi.

L’obiettivo, infatti, è arrivare di là dal ponte.